Una delle saghe letterarie di maggior successo del novecento, un giovane ed apprezzato regista reduce dei successi di Eraserhead e The Elephant Man. Un direttore della fotografia pluripremiato dall’Academy. La colonna sonora affidata all’estro dei Toto e di Brian Eno…
Cosa mai potrebbe andare storto?
TUTTO (o quasi).
Salve gente e ben ritrovati su OurSciFi, come richiesto da “Gennaro” oggi iniziamo il nostro viaggio, dopo la necessaria dose di melange, nell’epopea di Dune e soprattutto dei vari adattamenti passati e futuri tratti dal capolavoro di Frank Herbert.
Siamo alla fine degli anni ‘70 e il film di un giovane regista ha messo in subbuglio hollywood.
Partito in sordina ha sbigliettato talmente tanto che ora ogni produttore che si rispetti vuole il suo Star Wars e il nostro Dino De Laurentis, l’uomo dietro Barbarella, non fa eccezione.
è il suo secondo tentativo di creare un proprio franchise di fantascienza. Nel 1980 era infatti uscito il famigerato Flash Gordon che, sebbene destinato a diventare un cult, venne massacrato dalla critica ed al botteghino.
Il buon Dino però non demorde. Per sbaglio si ritrova nel cassetto i diritti per l’adattamento cinematografico di Dune, acquistati dopo il fallito tentativo di Jodorovsky (si, la storia degli adattamenti di dune è costellata SOPRATTUTTO di fallimenti).
La prima scelta per dirigere il film fu Ridley Scott che, tragicamente, sembra non godere di grande fortuna quando si tratta di incrociare i lutti familiari con la produzione di kolossal fantascientifici e infatti colpito dalla morte del fratello maggiore (non Tony Scott, che è venuto a mancare durante la lavorazione di prometeus) decise di abbandonare il progetto di Dune per poi dedicarsi ad un altro filmetto a caso, tale Blade Runner, non so se ne avete sentito parlare.
A questo punto subentra David Lynch, che irrompe nella nostra storia come lo zio ubriaco alla comunione di tua cugina e decide di condensare tutta la saga in un unico film con in mezzo uno Sting a torso nudo e metà dei dialoghi bisbigliati nella mente dei protagonisti.
Quale mai potrebbe essere il risultato? Beh, partiamo dal presupposto che a me e a Beppe, il Dune di Lynch, nonostante abbiano cagato quasi su tutta la linea, è sempre piaciuto. Certo che nostalgia ed estetica avranno avuto il loro peso.
Il rapporto di Lynch con l’opera di Herbert è quanto mai complicato. Se i romanzi di Dune dipingono un universo estremamente credibile e vivo e la storia ruota intorno a scelte etiche ed a intrighi politici, il messaggio del film finisce per essere incoerente e messianico dove ad un leader viene sostituito un mistico salvatore con i superpoteri e una profezia costruita a tavolino con scopi politici diventa un presagio di stampo biblico.
Nella suo lavoro su Dune, Lynch decide di anteporre la quota stilistica alla narrazione e di approcciare le tematiche secondo gli stilemi del fantasy (il prescelto, la profezia, il legame mistico con l’universo ecc. ecc.), piuttosto che mantenere il mood dei romanzi quasi da thriller politico o comunque più affine all’hard sci-fi.
Una parte dei temi dei libri è stata effettivamente mantenuta nel film, come la Spezia, che serve per viaggiare e può essere un’allegoria per il petrolio, i fremen che rappresentano i popoli mediorientali e gli Atreides e gli Arkonnen che rappresentano le potenze imperialiste; ma Linch purtroppo sorvola sulla maggior parte dei contenuti più complessi e interessanti.
D’altronde è alquanto difficoltoso rendere l’anima di un’opera che non si è letta, di cui non si conosce nemmeno genericamente la storia prima di accettare di farne un adattamento e, inoltre, senza nutrire particolare interesse per la fantascienza in se.
Certo, si dice che il diavolo sia nei dettagli e, senza dubbio, il nostro amato David non si risparmia dallo stravolgere anche quelli.
Chi ha letto i romanzi si ricorderà che la wierding way è una sofisticata arte marziale sviluppata per adattare il combattimento ad un mondo dove gli scudi personali avevano reso inutili le armi da fuoco. Nel film di Linch, invece, i moduli estranianti sono dispositivi che funzionano grazie ad una forza quasi mistica, con le parole intrise di un terribile potere ed in grado di compiere miracoli, come terraformare un pianeta o procurarti un caffè decente a Milano, insomma, la magia. un po’ come in Harry Potter o anche come “la forza” di Star Wars.
Altri dettagli sono completamente elusi. Lynch non ci racconta nulla della cultura dei Fremen e si ostina ad utilizzare la complicata terminologia dei romanzi che sicuramente sarà risultata ostica allo spettatore, certo più ostica dii termini come Blaster o X-wing utilizzati nel successo di Lucas che si voleva emulare.
L’intera sceneggiatura risulta inoltre caotica come il grande raccordo anulare all’ora di punta, tanto da costringere la produzione ad aggiungere orrendi voice over in fase di montaggio per spiegare, almeno in modo sommario la storia di ciò che lo spettatore sta guardando.
I romanzi si contraddistinguono anche per un immenso lavoro di worldbuilding. Tutto su Arrakis è coerente: dall’ecologia del deserto alle tradizioni culturali dei Fremen e dell’impero tutto è costruito secondo rapporti causali ben definiti e facilmente identificabili all’interno della narrazione… a meno che il lettore non sia David Lynch.
Come se non bastasse, il lungometraggio è afflitto da un diffuso overacting degno di uno Shatner sotto steroidi, nonostante la presenza di Sir Patrick Stuart. Cosa per fortuna mitigata nella versione italiana dalla nostra leggendaria scuola di doppiaggio che a quei tempi spaccava di brutto.
e gli effetti speciali? sette anni dopo l’uscita di Star Wars, voi vi presentate con questa roba?
Ah, vero, sembra che Lynch manco le volesse mettere le navi spaziali…
Questi sono già meglio ed infatti hanno ispirato l’iconografia di qualunque verme delle sabbie dall’exogorth de “l’Impero Colpisce Ancora” passando per il tributo in Beetlejuice fino agli adorabili Graboid di Tremors
E da qui possiamo parlare di ciò che funziona nel film di Lynch. Insieme a molti effetti materiali di grande impatto e di ottima realizzazione Dune spicca per fotografia, costumi ed estetica in genere.
Se il regista fallisce completamente nel rendere lo spirito della storia la sua visualizzazione del mondo desertico descritto da Herbert è maestosa e convincente tanto da ottenere la piena approvazione dello scrittore.
Non mancano inoltre scene di una potenza emotiva notevole e resa ad arte. Dalla cavalcata dei vermi delle sabbie alla scena conclusiva che è tanto forte emozionalmente quanto scorretta narrativamente.
La parte del leone la fanno però il design dei set, perfettamente aderente all’idea dell’autore. La sala del trono dell’imperatore, forgiata a guisa di una reggia ottocentesca, rappresenta la permanenza di elementi tradizionali anche in una società estremamente avanzata a livello tecnologico.
Così anche gli splendidi costumi che, forse, sono l’elemento che più ha influenzato il cinema successivo rendono giustizia tanto all’opulenza della società imperiale quanto alla frugalità di quella dei fremen.
Non è un caso che negli anni Dune sia stato rivalutato diventando, nonostante i suoi difetti un cult per molti amanti della fantascienza e oggetto di studio per cinefili e cineasti.
Certo, non sarà il migliore adattamento mai messo in scena (quello sarebbe stato quello ideato e mai realizzato da Jodorovsky con la collaborazione di Giger e Moebius… ma avremo tempo per parlarne quindi iscrivetevi al canale se non volete perdervela) però rimane il primo tentativo riuscito di trasporre un’opera così imponente sul grande schermo.
Almeno qualcuno ha pensato di imparare dagli errori di Lynch. Non è un caso che Denis Villeneuve abbia prima di tutto scelto di dividere la narrazione in due film e di cercare un’aderenza più stretta ai romanzi partendo proprio dall’età del protagonista e continuando per la natura e gli scopi delle organizzazioni coinvolte nella storia.
Sarà la formula giusta? Questo lo scopriremo solo quando potremo vedere il prodotto finito.
Dalle informazioni che si possono reperire sulla produzione mi sembra che siano state scelte professionalità di tutto rispetto. È vero che fra gli sceneggiatori cen’è uno che ha lavorato su Prometheus, ma speriamo che per questo film non si sia svegliato da quella parte del letto.
Guardando il trailer ci accorgiamo che per interpretare Paul hanno scelto un attore con un’età più vicina a quella del personaggio del libro rispetto a quanto fatto da Lynch. Ha un po’ del Kylo Ren lui…
Visivamente il trailer mi dà l’idea di un film meno pittoresco e più patinato, ma, naturalmente è difficile giudicare da un trailer. Se voi avete elaborato qualche altro pronostico, magari scrivetemelo nei commenti, che mi interessa.
Personalmente stimo molto Villeneuve per il lavoro fatto con Arrival, e in misura minore con quello fatto su Blade Runner 2046, quindi diamogli il beneficio del dubbio e incrociamo le dita.
Naturalmente, vi invitiamo a rimanere con noi in questo viaggio all’interno dell’universo di Dune e dei suoi adattamenti che, per ora, è solo all’inizio.
