Salve gente e ben ritrovati su Our SciFi! Quando parliamo di fantascienza, in genere il tipo di scienza che tendiamo ad associare con il “fanta” è la fisica, l’astronomia e l’ingegneria aerospaziale, ma la medicina e l’epidemiologia sono scienze anch’esse molto presenti nel panorama letterario di genere.

E non parlo solo di pretesti e premesse, ma di interessanti speculazioni basate su non meno interessanti fatti accertati. Quando parliamo di epidemia, ad esempio, a cosa ci riferiamo?

Canonicamente ci si riferisce ad una malattia infettiva in rapida diffusione su un territorio abbastanza vasto e all’interno di una popolazione umana. Il termine pandemia, invece, viene usato quando la malattia si diffonde abbastanza da minacciare tutta la popolazione del pianeta.

La malattia che causa l’epidemia può avere svariate cause. La maggior parte delle persone pensa in genere a virus o batteri, ma non c’è bisogno della fantascienza per inventare agenti patogeni poco convenzionali, dato che in questo caso, la realtà può essere altrettanto interessante e spaventosa della fantasia.

I batteri sono abbastanza banali come microorganismi infettivi, ormai chiunque ha presente il meccanismo che causa le infezioni batteriche: i batteri entrano nel corpo, si riproducono velocemente e causano ogni genere di problemi.

I virus sono già più interessanti: non sono neanche vivi, non hanno metabolismo. Sono solo un po’ di DNA o spesso anche RNA chiuso in un involucro di proteine detto “capside”.

E questo involucro proteico ha dei recettori sulla sua superficie che si attaccano ad altri recettori sulle cellule viventi e fanno in modo che il materiale genetico virale penetri all’interno della cellula, inserendosi nel normale processo di sintesi proteica della cellula e facendo in modo che questa, invece di produrre le solite proteine che gli servono per vivere, produca invece altri virus.

E abbiamo appena cominciato. Una delle malattie che ha più falcidiato la razza umana e che rimane ancora oggi un problema non è causata né da virus né da batteri. Sto parlando della malaria, causata da un parassita noto come plasmodium falciparum. Un protozoo che a differenza dei batteri ha un nucleo cellulare ben definito e che durante il suo ciclo vitale subisce molteplici trasformazioni.

Anche i funghi possono essere agenti infettivi e agiscono in base a meccanismi completamente diversi. Causano quelle malattie note come micosi. Possono essere trasmesse dalle spore, che sono le strutture più resistenti e durature che esistano in natura, anche se in realtà le spore fungine sono in genere un po’ meno resistenti delle spore batteriche.

Ma fortunatamente non tutti i batteri generano spore. Ci sono batteri, però, interessanti perché molto molto piccoli. I micoplasmi sono le più piccole forme di vita conosciute con un diametro che si aggira intorno ai 250 nanometri, quindi addirittura più piccoli di alcuni grossi virus. Sono sprovvisti di parete cellulare e questo li rende resistenti agli antibiotici che interferiscono con la sintesi appunto della parete cellulare.

I virus comunque possono essere molto più piccoli. Quello della polio, ad esempio arriva ad appena 30 nanometri di diametro. Ma c’è roba ancora più piccola in agguato lì fuori.

Ci sono i viroidi, che sono semplici anelli di RNA senza nemmeno un capside proteico a proteggerli dall’ambiente esterno, quindi non codificano per nessuna proteina, ma si replicano e basta. Qui parliamo di qualche migliaio di atomi messi insieme per una lunghezza di appena 15 nanometri. Questi viroidi sono responsabili principalmente di alcune malattie delle piante, ma esistono entità simili che causano malattie anche nell’uomo.

I virusoidi sono una via di mezzo fra virus e viroidi e nell’uomo Causano l’epatite D.

Ora non vi sto a dire tutto il meccanismo di funzionamento della malattia, ma vi garantisco che è interessante.

Ma se ci fossero agenti infettivi ancora più piccoli e ancora più semplici?…………… Be, ci sono.

Il morbo di Creutzfeldt–Jakob, il Kuru, l’insonnia familiare letale e forse anche l’alzhaimer, sono malattie trasmesse dai cosiddetti prioni, molecole prive di materiale genetico e non più grandi di un centinaio di Angstrom, o 10 nanometri.

Si tratta di proteine normalmente presenti nel nostro corpo e in quello di una sbrega di altri animali. Può succedere, però, che una di queste proteine si ripieghi su se stessa in un modo sbagliato e quindi anche se composta dagli stessi atomi, non svolga più la sua funzione e abbia caratteristiche fisiche diverse.

Il brutto è che alcune versioni di questi prioni ripiegati in maniera stana hanno la caratteristica di far ripiegare nello stesso modo i prioni sani con cui vengono a contatto. Quindi in pratica è un errore che si riproduce come se fosse una cosa viva. E per questo non esiste cura.

Quando la realtà è già così ricca di patogeni strani e interessanti, diventa difficile per la fantascienza inventarsi qualcosa di nuovo. Ma il film del 1971 Andromeda ci riesce, e ci riesce anche realisticamente, dato che nel 2003 viene citato dalla Infectious Diseases Society of America come film su un virus letale più scientificamente accurato.

Andiamo quindi a vedere di che si tratta.

In questo caso vale l’allerta spoiler, quindi se non l’avete visto, vi consiglio di guardarlo prima di guardare la seconda parte del video.

Allora, facciamo così: vi dico prima le cose belle e poi passiamo alle vaccate che sono poche ma ci sono. Non ci andrò giù troppo duro dato che l’anno di produzione giustifica alcune ingenuità soprattutto informatiche.

Prima cosa: è un bel film. E non c’è da meravigliarsi dato che la storia segue diligentemente l’omonimo romanzo del grande scrittore di fantascienza Michael Crichton, fra le cui opere più famose ricordiamo Jurassic Park e Sfera, tra l’altro anche quelli ben adattati per il cinema. Ha anche diretto e sceneggiato Westworld, titolo italiano “il mondo dei robot”.

E anche se in Italia è poco conosciuto, nel mondo anglosassone The Andromeda Strain, questo il titolo originale è un cult ed è stato pionieristico sotto molti aspetti. Ad esempio è stato il primo film ad utilizzare un simil render 3D come effetto speciale.

La trama è semplice: un satellite militare cade nel deserto del nuovo messico e scatena un’epidemia letale nella piccola cittadina di Codogno, ah no, aspetta, volevo dire Piedmont.

Ora, vi faccio notare che Piedmont, in inglese vuol dire Piemonte. Ci pensate se Codogno fosse stato in Piemonte invece che in Lombardia? Ci siamo andati vicinissimi,…..  Se il contagio in Italia fosse partito solo Ottanta kilometri più ad ovest, avremmo dato ai complottisti di che parlare per gli anni a venire.

Tornando al film, vengono inviati due militari per recuperare il satellite, che fa parte del cosiddetto progetto scoop, che in inglese vuol dire raccogliere, quindi spoiler.

I militari si accorgono ben presto che tutti gli abitanti della piccola cittadina sono morti in circostanze misteriose, e dopo aver incontrato un minaccioso sopravvissuto, muoiono improvvisamente anche loro.

La regia è ottima e riesce a comunicare molto bene il senso di mistero che circonda la situazione e la conseguente impreparazione di chi cerca di affrontarla………………Questo è un punto importante, dato che tutto il film sarà incentrato sulla difficoltà che presenta il dover affrontare un nemico completamente sconosciuto e di come il metodo scientifico sia l’unico in grado di poter provare a gestire la cosa con successo.

Cè anche un lieve sentimento tecnofobico in Andromeda, infatti vedremo come l’affidarsi troppo alla tecnologia esponga a gravi pericoli l’umanità e che alla fine la causa dell’epidemia sia in effetti una losca manovra da parte del governo atta a sperimentare nuove armi biologiche, insomma, in pieno stile anni settanta che rimane però sempre attuale.

Parlando dello stile, per me è uno dei punti forti di questo classico della fantascienza: già nei titoli di testa si percepisce una gran cura nel creare un carattere unico e distintivo che ci accompagnerà per tutto il film. I toni elettronici dal feeling cupo e la grafica allora futurista e ora vintage impostano il feeling di Andromeda in modo assai piacevole.

L’ambientazione, specialmente all’interno del laboratorio Wildfire, prende a piene mani dal capolavoro 2001 Odissea nello Spezio, usando linee curve e ambienti asettici. Poi, la resa cromatica e il contrasto della pellicola usata a quei tempi dal cinema americano, mi trasmette sempre una sensazione speciale.

Continuiamo con la storia: dopo la morte dei due soldati, i militari fanno due più due e capiscono che il satellite potrebbe essere stato contaminato da qualcosa nello spazio e che quindi potrebbe averlo portato a terra.

Viene allora allertata una task force di scienziati selezionati in precedenza all’interno di un protocollo mirato a rispondere efficacemente ad una possibile contaminazione di origine aliena. Piccola parentesi: questo concetto, Crichton lo ha poi ripreso praticamente uguale nel suo romanzo del 1987 “Sfera” di cui c’è anche un bell’adattamento cinematografico del 98 con attoroni come Dustin Hoffman e Samuel L. Jackson.

Chiusa questa parentesi, qui c’è una delle poche cose in cui il film si discosta dal libro: in origine il personaggio del dottor Leavitt era maschile, ma nel film è invece diventato la Dottoressa Ruth Leavitt. In questo caso il cambio ci sta, dato che quello della dottoressa si è rivelato essere il personaggio più interessante del film ed è assolutamente credibile come scienziato.

Due dei membri della task force si recano a Pidmont in elicottero per recuperare il satellite e quanti più dati possibili su quello che è successo in quella sperduta cittadina.

È una fortuna che l’incidente si sia verificato in un luogo così isolato, altrimenti sarebbe stato impossibile contenere il contagio. Altra fortuna, tra virgolette, è che la morte nei contagiati sopravvenga praticamente all’istante, altrimenti questi avrebbero avuto il tempo di viaggiare e magari portare il contaminante in altri luoghi.

Gli scienziati recuperano il satellite (che era stato incautamente aperto dal medico del villaggio). Quello che emerge dalle indagini è che il contaminante, qualunque cosa sia, causa l’immediata cristallizzazione di tutto il sangue nel corpo. La scoperta più importante, però, è il ritrovamento di due persone ancora vive, apparentemente immuni: un vecchio e un bambino.

Questo è importante perché nell’indagine su un patogeno, l’individuazione di eventuali fattori di immunità può far fare molti progressi nella ricerca di una terapia o un vaccino o un antidoto.

Il quartier generale delle ricerche sarà Wildfire, una struttura sotterranea super avanzata studiata specificamente per affrontare minacce infettive sconosciute.

Tutto è gestito da computers, cosa che per gli anni ’70 risulta molto fantascientifica e oggi è banale. In effetti incontriamo molte ingenuità circa la parte informatica che oggi non passerebbero mai, ma ne parliamo dopo.

La procedura per accedere al livello di massima sicurezza della struttura comporta diversi passaggi atti a sterilizzare il più possibile i corpi dei ricercatori, in modo da evitare possibili contaminazioni che potrebbero inficiare la ricerca.

Alcune delle procedure sono forse un po’ esagerate, e col senno di poi lo sono tutte dato che poi si lavorerà con le glove box, ma sono comunque interessanti e in un certo senso informative. Fanno capire quanto sia difficile liberarsi dei microorganismi e aggiungono serietà alla situazione.

L’intera struttura dispone inoltre di un sistema di autodistruzione con un ordigno nucleare in caso gli organismi custoditi al suo interno dovessero sfuggire al controllo. Viene però data al dottor Hall la possibilità di interrompere l’autodistruzione se dovesse giudicarla una mossa saggia.

Durante la ricognizione di Pidmont, gli scienziati avevano immediatamente richiesto che venisse impiegata una testata nucleare per sterilizzare tutta la zona, ma i militari decidono altrimenti ritenendo questa reazione troppo estrema ed esagerata.

Se gli scienziati avessero saputo di questa decisione, avrebbero protestato animatamente, ma la comunicazione viene bloccata da un pezzetto di carta si era andato ad infilare in mezzo al campanello della telescrivente, impedendo all’addetto di ricevere il messaggio.

Questo espediente viene usato per veicolare il classico messaggio informaticofobico tipico dell’epoca in cui fu realizzato Andromeda, ossia: questi computer sono super complessi e costosi ma sono inaffidabili rispetto ai buoni vecchi sistemi dato che basta una sciocchezza per metterli fuori uso.

In realtà in questo caso particolare, non si può dare la colpa all’informatizzazione, infatti è inverosimile che si mandino messaggi di questa importanza senza richiedere una conferma di ricezione o che non ci sia una ridondanza di dispositivi in una struttura di quel tipo. Questa era una di quelle ingenuità di cui vi parlavo.

Comunque in realtà è un bene che i militari non abbiano sganciato l’atomica su Pidmont, dato che una volta eseguite alcune analisi sul contaminante, che viene battezzato Andromeda, appare chiaro che esso avrebbe potuto nutrirsi dei raggi X emessi dalla detonazione e crescere esponenzialmente.

Si scopre, infatti, che Andromeda non è né un virus né un batterio né assomiglia a niente che noi definiamo vivo. Si tratta invece di un cristallo che ha la capacità di assorbire energia e usarla per crescere e replicarsi.

Questo organismo, se così possiamo chiamarlo, non ha quindi materiale genetico o un metabolismo interno, il che ci mette di fronte ai limiti della nostra definizione di vita. Se Andromeda esistesse davvero, lo considereremmo una forma di vita?

I virus, come abbiamo visto prima, non sono considerati vivi, dato che non hanno un metabolismo e non possono riprodursi da soli. Hanno bisogno di sfruttare i ribosomi e il materiale genetico delle cellule che infettano per riprodursi.

Andromeda, invece, può riprodursi da solo e in un certo senso un metabolismo cel’ha. Però tecnicamente non è un’entità che noi considereremmo biologica. Ma se ci pensiamo un attimo, appare chiaro che quando la vita è nata sulla terra, miliardi di anni fa, è nata da qualcosa di inorganico, che prima di essere vita non lo era.

Questa è la cosiddetta abiogenesi. E anche considerando la teoria nota come “panspermia” che prevede che i semi della vita siano presenti in abbondanza nell’universo e la vita sulla terra sia quindi arrivata da fuori, continua ad essere richiesta un’origine abiotica della vita, magari avvenuta da qualche altra parte nel cosmo ma comunque avvenuta.

E se potessimo osservare questo processo, probabilmente la nostra concezione di vita andrebbe in crisi, dato che non è verosimile che un processo del genere sia avvenuto per grandi balzi, ma si sarà trattato di una trasformazione dalla non vita alla vita passando per innumerevoli stati intermedi, nessuno dei quali produrrebbe uno stacco netto fra la vita e la non vita.

Un po’ come se cominciaste a lasciar cadere per terra un granello di sabbia alla volta fino ad averne un mucchietto. Un granello, due granelli, tre granelli…………..  Quand’è che smette di essere un tot di granelli e diventa un mucchio?

Tra l’altro, biochimiche diverse dalla nostra che è basata sul carbonio sono state ipotizzate molte volte nel mondo scientifico e fra queste anche ipotetiche forme di vita cristalline, magari basate sul silicio, un atomo dalle proprietà abbastanza simili a quelle del carbonio.

Nel 2013 Jeremy Palacci, un fisico dell’università della California, ha eseguito un esperimento, insieme ad altri colleghi, nel quale si è riusciti a creare delle particelle di ematite, un minerale ferroso, rivestite di uno strato di polimeri che potevano metabolizzare luce ad una particolare frequenza e usare l’energia per spostarsi ed organizzarsi. L’unica caratteristica che mancava a queste particelle per essere considerate vive era quella di riprodursi.

In descrizione vi lascio il link dell’articolo scientifico se vi interessa.

Quindi, Andromeda è un concetto non poi tanto campato in aria. Poi il processo di indagine e di ricerca che porta ad identificare andromeda è molto interessante e ben fatto. Vengono eseguiti test di trasmissione con gli animali per determinare dimensioni e metodo di contagio.

Vedere gli animali che muoiono colpiti da Andromeda può fare impressione, ma state tranquilli che non li hanno uccisi davvero, li hanno solo addormentati con l’anidride carbonica. Nella scena dove “muore” la scimmietta prima del cambio scena si vede il riflesso nella parete metallica sullo sfondo del personale della troupe che si avvicina tempestivamente all’animale per rianimarlo con una maschera a ossigeno.

La parte più importante della ricerca consiste nel cercare di capire cosa ha reso immuni il vecchio e il bambino. Si scopre che entrambi, e per motivi diversi, avevano uno squilibrio chimico del sangue che ne aveva alterato il PH. Si evince quindi che Andromeda può svilupparsi sono in un ristretto range di PH che, sfiga vuole, è proprio quello del sangue umano.

Poi Andromeda muta, trasformandosi in una forma non letale ma che attacca e distrugge un particolare tipo di gomma di cui, sfiga vuole, sono fatti i sigilli dei laboratori di Wildfire. Quindi si attiva il sistema di autodistruzione a causa della perdita di contenimento ed il dottor Hall dovrà arrestarlo all’ultimo minuto in una serie di scene adrenaliniche, almeno per l’epoca.

Per fortuna ci riesce, altrimenti andromeda sarebbe stata alimentata dall’esplosione. Tutto finisce bene dato che si farà in modo che le colonie di Andromeda che stavano fluttuando trasportate dai venti, vengano spinte in mare dalla pioggia e distrutte dal PH dell’oceano, molto più alkalino di quello del sangue umano.

Fin qui ci sono andato piano, ma ora passiamo a tutte le fesserie ed erroracci madornali che hanno commesso nel film:

Durante il sopralluogo a Pidmont, gli scienziati hanno visto che c’erano degli avvoltoi che banchettavano sulle carcasse dei morti ma che a quanto pare non venivano colpiti dall’infezione. Visto che poi usano gli animali per testare la letalità di Andromeda, perché non hanno indagato sul fatto che gli uccelli fossero immuni dal contagio? Mi sembra un punto importante.

Poi, quando stanno facendo i test di trasmissione con i filtri, quelli nell’ordine del micron sono indicati con la lettera M maiuscola. Il micron, ossia un milionesimo di metro, si indica con la lettera greca MU seguita dalla m minuscola. La M maiuscola vuol dire Mega, ossia un milione di volte. Erroraccio questo.

Poi, la storia del PH non è tanto credibile in questo contesto, dato che è di una banalità mostruosa. Se ne sarebbero accorti immediatamente dato che hanno anche fatto centinaia di colture con substrati diversi in piastre di petri, ed è assolutamente normale prevedere terreni di coltura con differenti valori del PH e non solo uno, ma tanti.

A tal riguardo, l’avevano pure beccato un substrato acido nel quale Andromeda aveva crescita zero, ma la dottoressa Levitt non lo vede dato che la scritta rossa “NO GROWTH” che lampeggia sul monitor del terminale le causa un attacco epilettico, disturbo di cui soffriva ma che aveva nascosto.

In realtà questa cosa non ha senso: la dottoressa non fa altro che osservare i risultati della scansione automatica delle colture che fa il computer, non deve fisicamente verificare lei la crescita di Andromeda. Quindi se il computer ha rilevato crescita zero e lo ha anche mostrato a schermo, allora il computer lo SA che in quella coltura non cresce Andromeda. Quindi perché rifare tutti i test?

Non c’è la stampa dei risultati? Non si può richiamare i dati dalla memoria di questo supercomputer che parla e interagisce con gli scienziati come un fratello un po’ ritardato di HAL 9000? È inverosimile che sia così.

Ancora, quando Andromeda corrode i sigilli del laboratorio e il Dottor Dutton viene esposto, il dottor Stone riempie il laboratorio di ossigeno puro dato che al momento quello sembrava essere l’ambiente in cui Andromeda cresceva più lentamente. Peccato che l’ossigeno puro sia abbastanza letale anche per gli umani. Nella realtà Dutton sarebbe morto in breve tempo.

Poi, quando fanno l’analisi allo spettrometro di massa, all’inizio la schermata è giusta, poi nella seconda inquadratura, il simbolo del Berillio diventa KE invece di BE. Distrattoni che non siete altro… e poi perché manca il valore del Neon? Mah!

Ma soprattutto non è ammissibile che dopo una contaminazione del genere tutte le particelle di andromeda decidano di alzarsi in volo e dirigersi ordinatamente verso l’oceano.

A parte questi scivoloni, il film rimane un cult, con il suo approccio scientifico, i personaggi credibili, la glorificazione della tecnologia ma la nota pessimista sulla responsabilità dell’uomo nella faccenda Andromeda, si fa guardare con piacere e ci consente riflessioni su molteplici argomenti.

Lascia un commento