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Oggi vi faccio la mia recensione di Captive State, film del 2019 diretto da Rupert Wyatt che vede fra i protagonisti John Goodman, Ashton Sanders e Vera Farmìga.

Le premesse sono interessanti: gli alieni sono arrivati e dopo una guerra impari hanno conquistato il pianeta e soggiogato gli umani, che ora collaborano con gli alieni per aiutarli a sfruttare le risorse naturali della terra.

Il film, tuttavia, non ha riscosso moltissimo successo, e vediamo che l’audience score su Rotten Tomatoes è al 38%, per quanto questo dato possa essere di qualche rilevanza.

Allora, veniamo al dunque: vi dirò quello che mi sta capitando di dire molto spesso ultimamente. Non è un brutto film, ma non posso neanche dire che sia un bel film…  diciamo quindi che è OK. Ed ecco perché:

Captive State riesce bene a creare un clima di tensione e ci catapulta subito in un mondo distopico controllato dagli alieni che non si vedono quasi mai e dalle forze dell’ordine collaborazioniste che fanno il lavoro sporco per i “legislatori” come vengono chiamati questi invasori.  Lo stile visivo è carino, ricorda lievemente un po’ district 9 e un po’ ultimatum alla terra del 2008. Gli alieni sono ben realizzati a livello visivo e il fatto che si vedono poco e mai chiaramente (fatto che qualche recensore ha attribuito allo scarso budget) a mio parere contribuisce invece a renderli inquietanti.

Tutti gli umani hanno un impianto sottocutaneo di localizzazione e la polizia li usa per tracciare i loro movimenti e scongiurare eventuali insurrezioni. Veniamo quasi subito a conoscenza del fatto che esiste ancora una resistenza tra l’altro molto organizzata e la storia si sviluppa attorno ad un piano di questi irriducibili per scatenare la rivolta e si spera la guerra contro gli alieni oppressori.

Fin qui tutto bene, è un bel setting e seguire le tattiche e le manovre della resistenza è interessante e coinvolgente per lo spettatore. Viene fatto uso di dispositivi particolari per ovviare al problema del controllo tramite gli impianti e dato che gli alieni hanno messo fuori uso le reti di comunicazione, si fa ricorso a tecnologia obsoleta e altre tattiche molto interessanti per scambiarsi informazioni, quindi c’è un po’ di cyberpunk, un po’ di post-apocalittico, insomma ci sta. Da questo punto di vista è molto godibile.

Il problema invece qual è: il problema è che viene un po’ trascurata la caratterizzazione dei personaggi. Con questo non voglio dire che sia stata fatta male, per alcuni personaggi è anche buona, ma non riusciamo, o almeno io non sono riuscito, a immedesimarci con nessuno di loro in particolare.

Poi ai collaborazionisti non viene data una motivazione sufficientemente forte per aiutare gli alieni in quel modo e soprattutto senza una supervisione diretta da parte degli alieni che stanno sotto terra e non interagiscono quasi mai con le autorità umane.

A volte qualcuno fa un cenno fugace alla possibilità di venire trasferiti via dalla terra (che viene definita “sasso morente”), ma non si capisce dove e non si capisce perché questa dovrebbe essere una prospettiva allettante.

La seconda cosa che mi perplime è l’effettiva efficacia che potrebbe avere l’operazione della resistenza: se la terra è stata sconfitta e soggiogata, evidentemente gli alieni sono tecnicamente e militarmente superiori agli umani, quindi anche se la resistenza dovesse riuscire ad infiammare l’animo dell’umanità e spingerla a ribellarsi, che possibilità avrebbe questa di vincere partendo da una situazione di schiavitù se non è riuscita a vincere la prima guerra quando aveva tutte le risorse?

Avrebbero dovuto aggiungere qualche espediente tecnologico, biologico o di altra natura per dare agli umani un vantaggio decisivo contro gli alieni per renderla più credibile.

A parte questo non mi sembra che ci siano altre cose particolarmente cretine. Come nota di merito posso dire che il personaggio William Mulligan, l’ispettore interpretato da Goodman, è fatto molto bene, anche se risente anche lui della carenza di motivazioni generale.

Il finale, devo dire, è carino. Carino, non spettacolare, ma solido. E di nuovo, se non fosse per la debolezza dello scopo della resistenza, sarebbe stato anche bello.

Quindi, per riassumere, Captive State è un film simpatico per passare una serata ma solo se accattate di non ragionarci troppo sopra dopo averlo visto, se no c’è il rischio che vi faccia un po’ incazzare per l’occasione persa.

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