Salve gente e ben ritrovati su Our Scifi. È impossibile essere completamente obiettivi nel giudicare un’opera artistica. Ogni volta che leggiamo un libro o guardiamo un film, il nostro giudizio adotterà di volta in volta regole diverse, a seconda del contesto nel quale decideremo di operare questo giudizio. Vi è mai capitato di essere più propensi a chiudere un occhio quando giudicate i classici?
Mi spiego meglio: prendiamo in considerazione il romanzo e relativo adattamento cinematografico di cui abbiamo parlato nella seconda puntata de “L’angolo del Libro”, ovvero “Il Giorno dei Trifidi”. Nella storia, il protagonista scopre che quasi tutta la popolazione del mondo era diventata cieca il giorno dopo aver guardato degli strani bagliori nel cielo prodotti da una insolita pioggia di meteoriti.
È interessante notare come una premessa così surreale e ingenua venga accettata dai lettori senza bisogno di alcuna chiarificazione dei fenomeni che hanno prodotto questi lampi o dei meccanismi che hanno portato questi ultimi a causare la cecità a coloro che li hanno guardati. Quando ho letto il libro e quando ho guardato il film, tuttavia, non ho avuto alcun problema a servirmi della sospensione dell’incredulità.
Quando invece consumo un’opera moderna che presenta di queste facilonerie, magari anche meno plateali, non posso fare a meno di risentirne e di conseguenza tutta l’opera perde di mordente. Ho pensato spesso a questo “double standard” e a parte il fatto che se un’opera è realizzata davvero bene a livello narrativo gli si fa passare tutto, penso che la differenza risieda nella possibilità data allo spettatore di immedesimarsi in un mondo diverso dal proprio.
“Il giorno dei trifidi” fu scritto nel 1951, ed è ambientato nella Londra di quegli anni. Quello non è il mio mondo, è un epoca che non ho mai vissuto; l’ho conosciuta, tuttavia, attraverso i romanzi e i film di quell’epoca. Vi starete chiedendo questo cosa comporti, ebbene, la mia percezione di quel particolare contesto può essere paragonata a quella che si potrebbe avere di un mondo fantasy: l’esistenza dei draghi, dei goblin o della magia, non ha bisogno di essere giustificata in alcun modo dato che il lettore ha già una cera familiarità con le regole del fantasy, che rimangono più o meno le stesse in tutte le opere di questo tipo. Allo stesso modo, il mondo in cui sono ambientate le opere di fantascienza di quel periodo ha una sua coerenza dato che deriva direttamente dalla cultura della società dell’epoca, della quale l’autore dell’opera faceva parte e che ha inevitabilmente trasmesso all’opera.
Naturalmente vi possono essere differenze a seconda della cultura dell’autore: se prendiamo in considerazione Isaac Asimov, che oltre ad essere scrittore era anche biochimico ed aveva una solida cultura scientifica, troveremo nei suoi racconti fenomeni estremamente credibili e sofisticati dal punto di vista scientifico, che riescono sovente a passare lo scrutinio di un lettore moderno con una cultura scientifica media.
Ma a parte queste eccezioni, nella cultura occidentale degli anni 50 una banale pioggia di meteoriti era ammantata di un’affascinante aura di mistero, così come, se guardiamo ancora più indietro, le eclissi possedevano quel mistero e potevano essere foriere di eventi nefasti. Più indietro ancora, erano i fulmini ad essere intrisi di mistici significati.
Una volta che questi fenomeni vengono studiati e compresi, perdono il loro fascino e lasciano il ruolo di espediente narrativo a fenomeni ancora poco compresi dalla scienza o per lo meno dall’utenza a cui è diretta l’opera. Oggigiorno, ad esempio, quando si vuole tirar fuori qualche giustificazione scientifica per espedienti narrativi di scarsa qualità ci si butta sempre sulla meccanica quantistica, di cui i più non hanno ovviamente capito una mazza. La fantascienza e la scienza, quindi tendono quasi a muoversi all’unisono. Questo perché entrambe condividono il medesimo motore, ovvero l’inesauribile curiosità dell’animo umano. Questo bisogno di indagare i fenomeni ancora poco compresi, muove sia la penna dello scienziato che l’indice del lettore di fantascienza.
Se leggessi, quindi, un romanzo ambientato nel 2018 (e con ambientato nel 2018 non voglio dire che i protagonisti vivono nel 2018, possono vivere anche nel 3018 o nel 23esimo anno della quarta era, voglio dire che la cultura che l’autore ha infuso al romanzo è quella del 2018) …dicevo, se leggessi un romanzo ambientato nel 2018 in cui una pioggia di meteoriti causa fenomeni a caso o in cui ci sono i marziani quando oggi sappiamo benissimo che i marziani non ci sono, l’autore dovrebbe giustificare queste premesse con estrema cura ed eleganza per rendermi la lettura piacevole ed interessante.
Se invece quelle premesse le leggo ne “il Giorno dei Trifidi” o ne “La Guerra dei Mondi”, allora non hanno bisogno di essere giustificate, dato che il mondo nel quale mi immergo quando leggo il romanzo o guardo il film, ammette la possibilità che tali eventi accadano, non avendo i loro abitanti trovato prove certe del contrario.
Un discorso simile ma non identico va fatto per i personaggi che si comportano in modo irrealistico. Anche in questo caso, se lo spettatore non ha mai vissuto l’epoca in cui è ambientata l’opera, sarà per lui più facile assumere che tali comportamenti siano accettabili in quel particolare contesto, anche se magari si tratta solo di esagerazioni a fini drammatici, basta che non si esageri sconfinando in comportamenti che vanno contro gli istinti base dell’uomo o che cozzino con la caratterizzazione del personaggio.
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